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Sul parere esperto nei processi decisionali.

"Gli esperti dicono che una seconda Chernobyl è possibile solo come conseguenza di una catena lunghissima di errori umani".

Stare da una settimana a seguire i capricci atomici di una centrale nucleare in Giappone che rischia di saltare in aria come pop corn e di far saltare in aria mezzo Giappone rende l'idea di quanto, in realtà, il parere degli esperti sia molto relativo.
E ciò per due ordini di ragioni.

Il primo riguarda l'incertezza (o, meglio, la non assoluta certezza) insita naturalmente nel sapere scientifico. Se mai sentirete uno scienziato dire di essere assolutamente sicuro della sua teoria, della correttezza dei suoi calcoli e della accuratezza della sua previsione, beh, potete (e dovreste) iniziare a dubitare sia della teoria che dello scienziato stesso. Ammesso che le simulazioni in laboratorio possano essere perfettamente controllate, il mondo reale è talmente pieno di variabili che nessuno può prevedere sempre ed esattamente cosa segue ad un determinato evento. Certo, se do un calcio ad una palla è facile anche per me prevedere che la palla si sposterà, ma non appena il sistema analizzato si fa più complesso (e le centrali nucleari sono tra le cose più complesse che l'uomo abbia mai costruito) ecco che diventa più complicato prevedere tutto e preventivamente mettersi al riparo da tutti i rischi. Il primo grande esperimento al nuovo acceleratore di particelle del CERN a Ginevra, quello che secondo alcuni avrebbe potuto generare un buco nero in grado di inghiottire la Terra stessa per intenderci, si è interrotto sul più bello perchè un piccione ha avuto la magnifica idea di arrostirsi su un filo elettrico di un marchingegno da qualche parte. So benissimo che in questo caso non si è trattato di un piccione, ma di un'onda di dimensioni e potenza inaudite, ma è facile intuire che l'imprevisto è sempre dietro l'angolo e che, da solo, il parere degli esperti non può essere decisivo per una scelta che mette in ballo così tanti soldi e, soprattutto, così tante vite (umane e animali).

Il seccondo ordine di ragioni riguarda invece non tanto la relativamente astratta incertezza della scienza, quanto piuttosto la non estraneità dell'esperto rispetto alla società che lo circonda. Sarebbe da stupidi, oltre che estremamente pericoloso, considerare lo scienziato come un essere etereo, infallibile e ininfluenzabile rinchiuso nella sua torre d'avorio a studiare i segreti dell'ordine naturale delle cose. Lo scienziato (ammettendo anche che non esista un dibattito scientifico, e che quindi siano sempre concordi) non è fuori dalla società, ma ne è parte integrante. Non si può far finta che il giudizio del cosiddeto "esperto" sia scevro da interferenze e risponda sempre e solo a verità e moralità; è ovvio che se il tuo finanziatore è un'agenzia per lo sviluppo atomico ci pensi settanta volete di più prima di dire che l'energia nucleare non va bene, come anche un tecnico incaricato di stabilire la realizzabilità o l'ooportunità di un intervento di miliardi di euro (penso al ponte sullo stretto o alla TAV, per esempio) ci penserà parecchio di più in caso di parere negativo.

Ciò vuol dire che il sapere scientifico non serve? Che è nella migliore delle ipotesi di parte se non addirittura sbagliato? No, non ho detto questo. Semplicemente osservo che finchè il dibattito sarà portato avanti a colpi di super-perizie sempre più tecniche e specifiche la situazione non si sposterà molto dallo stallo attuale. Ritengo invece che il sapere scientifico può e deve assumere un ruolo centrale nelle scelte, ma che per farlo deve liberarsi dalla sua presunta aurea di purezza: una volta sgomberato il campo da espressioni del tipo "la scienza dice che" oppure "i tecnici hanno deciso" e internalizzando nel processo decisionale i naturali contrasti tra pareri tecnici si potrà avviare un dibattito veramente proficuo.

Pubblicato il 19/3/2011 alle 11.35 nella rubrica Diario.

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